Storie | Intercable, Brunico

> Estratto dal volume Il lavoro che serve. Persone nell’indsutria 4.0 (Guerini e Associati, 2018)

 

Il ricercatore in fabbrica

 

«Intercable è stata fondata da mio padre nel 1972, inizialmente come azienda commerciale per vendere materiale elettrico fra Italia e Germania; c’erano il marco e la lira, alcuni prodotti costavano meno in Italia, altri erano tecnicamente più sviluppati in Germania, da qui l’import-export». Chi parla è Klaus Mutschlechner, general manager della Intercable di Brunico (Val Pusteria), multinazionale tascabile che produce in due settori. Il primo è l’utensileria isolata e oleodinamica che serve i professionisti delle installazioni elettriche industriali e civili, dai semplici cacciaviti e forbici multifunzione, fi no ai tagliacavi e alle presse idrauliche speciali per Enel; il secondo è la componentistica auto, nata dal know how aziendale sull’unione di parti metalliche con parti isolanti; avviata con prodotti semplici, si è evoluta con l’elettrificazione dell’auto dove la trasmissione di potenza elettrica è centrale. Mondi diversi, che Intercable reinterpreta cercando sinergie di processo: l’ingresso nel settore automotive consente di fare investimenti che richiedono grossi volumi per essere ammortizzati, viceversa l’utensileria suscita innovazioni da reinterpretare. Collocarsi nella fascia premium porta vantaggi ma anche pensieri: qualità, ricerca e sviluppo, laboratori, creatività generano costi che devono venire ripagati: «Questa è la grande sfida per il futuro di Intercable, trovare continuamente prodotti che rimangano in questa fascia, sapendo che non è facile essere sempre innovativi né avere le risorse umane giuste per poterlo fare».

 

Quali strategie mette dunque in campo l’azienda per recuperare i talenti tecnici che le servono? C’è il cluster Automotive Excellence Alto Adige dove si sono unite aziende dell’indotto per affrontare insieme anche il problema del recruitment e della formazione. Il corso di laurea in forma duale, dove si spende il 100% del tempo in università il primo anno, il 60% il secondo, il 40% il terzo, il quarto anno si sta solo in azienda; l’obiettivo è trattenere gli studenti migliori in Alto Adige anche attraverso l’incentivo di una remunerazione economica. C’è il rapporto con le scuole professionali e su altro livello col Fraunhofer. Dalla fi liale italiana dell’Istituto è arrivato Florian Niedermayr, responsabile process engineering: il suo compito è portare a casa tutti i progetti che Intercable si è messa in testa di realizzare, nella corsa contro il tempo per rimanere competitivi in un settore ad altissimo tasso di diffi coltà. Che ci sia uno snodo nella trasformazione 4.0, e che tale snodo sia l’intelligenza tecnica, è un principio nel quale l’azienda crede fortemente, nel senso che l’industria 4.0 «è una questione di sopravvivenza». Come dice schiettamente Rudolf Morawetz, responsabile del la business unit automotive, industria 4.0 è un metodo potente per ridurre i costi di produzione, «ma se questa tensione non è già in origine nella fi losofi a dell’azienda, è molto difficile introdurre le tecnologie, perché occorre una speciale predisposizione nei processi e nella mentalità». Insomma, un’azienda che ha lavorato fi no a ieri con metodo tradizionale, anche introducendo tutta la tecnologia possibile, non cambierà comunque.

 

Guardando a Intercable, fatto 100 il cambiamento atteso, a quale percentuale si è giunti? «Il 50%». L’automazione non è dunque industria 4.0? «Assolutamente no». Forte di questa convinzione, il management lavora pancia a terra per predisporre le strutture a ricevere le informazioni dal ciclo e forma un gruppo di process engineers che andranno in produzione a raccogliere dati, ridurre sprechi, ottimizzare: è l’investimento più pregiato dell’azienda sul capitale umano. Scherza Mutschlechner che la sua non è una seconda generazione di imprenditori, perché insieme al fratello ha fatto ingresso in azienda pochi anni dopo la fondazione: «Siamo una generazione 0,5 con capacità diverse, mio padre è l’imprenditore della prima ora, io sono il tecnico, mio fratello il commerciale; la nostra crescita si deve al fatto che siamo stati in tre a tirare». Una crescita fortissima se si pensa che nel 1986 i collaboratori erano una decina, mentre oggi sono 550 a Brunico e quasi mille nei quattordici siti del gruppo fra Europa, Nord Africa, Cina e Stati Uniti. Il quartier generale, incastonato nelle Dolomiti, è rimasto nello stesso luogo, ma l’estensione si è quintuplicata; i costi proibitivi dei terreni hanno portato a crescere in altezza, così oggi Intercable ha uno stabilimento su tre piani, «come il Lingotto a suo tempo» ci ricordano cortesi sapendo che veniamo da Torino.

 

Ci sono vantaggi a fare l’azienda tedesca in territorio italiano? «Con il Made in Italy si fatica nel settore auto», ammette Mutschlechner, perché i produttori tedeschi restano convinti di essere i migliori al mondo. Però il territorio altoatesino è considerato una bella meta di vacanza, perciò «tutti vengono volentieri a trovarci per questa ragione; poi una volta arrivati trovano un’azienda molto avanzata sotto il profilo industriale, non certo una tipica struttura artigianale o terzista del Nord Italia». Girando per i reparti, si misura a occhio ciò che s’intende per superiorità tedesca: massima pulizia, ovunque sia possibile l’ambiente è molto gradevole e poco rumoroso, non un foglio di carta fuori posto, la vista sulle montagne dai finestroni ai piani superiori, dove troviamo non gli uffici dirigenziali ma i montaggi e le lavorazioni semiautomatiche. Colpisce la densità di persone nei reparti (nonostante l’automazione spinta) e più di tutto il numero di donne e di ragazzi al lavoro – questi ultimi con l’espressione vispa, i capelli lunghi, qualche tatuaggio come tutti i ventenni di questo mondo. Alcuni muletti a guida autonoma girano da soli approvvigionando le linee dai magazzini al piano terra, e da soli ‘prendono l’ascensore’. È stato facile implementare il sistema? «Per niente, abbiamo dovuto lavorare sodo con i fornitori», dice Niedermayr. L’industria 4.0 applicata alla realtà non si compra chiavi in mano, quindi si corre in Intercable perché ci sono macchine che devono arrivare, linee da ridisegnare. C’è da bruciare le tappe per la fabbrica 4.0.

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